Biografia dei fisici

Le menti meravigliose che si celano dietro la fisica

La fisica è una scienza fondamentale per la comprensione di molte altre materie.;xNLx;;xNLx;Per fisica intendiamo la scienza della natura nel senso più ampio. Infatti, il termine “fisica” deriva dal neutro plurale latino physica, che sta per”natura”, “cose naturali”.;xNLx;;xNLx;L’obiettivo che si pone la fisica è quello di studiare i fenomeni naturali, intesi come gli eventi che possano essere descritti, ovvero quantificati, attraverso grandezze fisiche opportune, al fine di stabilire principi e leggi che regolano le interazioni tra le grandezze stesse e rendano conto delle loro reciproche variazioni.

1564-02-15 00:00:00

Galileo Galilei

Nato a Pisa il 15 febbraio 1564 da famiglia di antiche origini ma mezzi modesti, Galileo Galilei era il maggiore dei sette figli di Vincenzo Galilei e Giulia Ammannati, il padre fiorentino della borghesia decaduta, la madre con due porpore cardinalizie nell’albero genealogico. Vincenzo era un musicista di valore, ma si guadagnava la vita lavorando a bottega dalla famiglia della moglie, fino a quando a Firenze divenne musico di corte. Galileo fu mandato al monastero di Vallombrosa a studiare greco, latino e logica. Lì fu attratto dalla vita monastica e diventò novizio. Vincenzo, contrario a questa svolta mistica che non avrebbe fruttato denari, gli cambiò scuola e, a 17 anni, lo iscrisse al collegio La sapienza di Pisa per garantirgli una carriera nella medicina. Ma anche qui Galileo scelse di testa sua, preferendo la matematica all’anatomia. Amava la dialettica ed era un attaccabrighe, cosa che rese inevitabile lo scontro con la monolitica scienza aristotelica. RIVOLUZIONARIO. Per quasi due millenni nessuno si era azzardato a discutere il pensiero di Aristotele (IV secolo a. C.) secondo cui il moto dei corpi è determinato dalla loro natura, per cui un oggetto pesante cade per esempio più velocemente di uno leggero, teoria che sembra ovvia osservando una pietra e una piuma. Questo universitario toscano alquanto superbo trovò invece il modo di confutarla. E non fu l’unica scoperta del giovane Galileo: si trovava nel Duomo di Pisa quando rimase ipnotizzato dall’oscillazione di un lampadario. Secondo la leggenda, usando il suo polso come cronometro determinò che il periodo di oscillazione del pendolo non dipende dall’ampiezza. TESTARDO. Alla fine Galileo chiese al padre il permesso di cambiare corso di studi. “C’è molto lavoro per un medico e poco per un matematico” gli rispose Vincenzo. Così, a 21 anni, Galileo abbandonò l’università senza laurearsi. Tornato a Firenze, si mantenne scrivendo articoli e dando lezioni. Un suo saggio sull’idrostatica richiamò l’attenzione del marchese Guidobaldo del Monte, autore del Mechanicorum liber, considerato allora il miglior trattato di statica. Ci volle poco perché il granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici lo prendesse sotto la sua protezione. Nel 1589 gli fu offerto un posto di professore di matematica all’Università di Pisa; ma restava un problema, che lo accompagnerà tutta la vita: l’affannosa ricerca di denaro. Era sul gradino più basso della carriera universitaria, e per sopravvivere dovette prendere a pensione qualche ricco allievo. Intanto a Pisa cresceva la sua leggenda: ancora oggi lo immaginiamo salire le scale della torre pendente per far cadere due palle di cannone di peso diverso e contraddire il totem aristotelico. In realtà l’esperimento lo fece un olandese, ma fu Galileo a teorizzarlo: due corpi qualsiasi che cadono nel vuoto, cioè senza l’attrito dell’aria, toccano terra contemporaneamente. CAPOFAMIGLIA. Nel 1591 morì il padre, e su Galileo piombò la responsabilità di provvedere a fratelli e sorelle. All’Università di Padova, nella Repubblica veneta, gli offrirono un incarico meglio pagato. Lui intanto affermava nelle lettere al collega Keplero di aderire alla teoria copernicana, ma di non essersi azzardato a pubblicare le sue tesi per timore di subire lo stesso destino del maestro Copernico, oggetto di scherno nella comunità scientifica. Galileo era irruente, ma non stupido. Keplero lo esortò invece ad andare avanti. La cosa più triste – e che dimostra la debolezza dell’uomo – fu che in seguito Galileo ignorò del tutto Keplero e le sue lettere. Albert Einstein, secoli dopo, dirà quanto lo aveva addolorato sapere che “Galileo non riconobbe il valore di Keplero”. SUCCESSO E SOLDI. A Padova trascorse i migliori anni della sua vita, tra i salotti della cultura e il desco della nobiltà locale. Gli mancava solo il modo per diventare ricco. Ci provò con un termometro, ci riuscì inventando un compasso geometrico militare, utilizzato in artiglieria. In questo periodo si innamorò di Marina Gamba, donna di una classe sociale inferiore. Non la sposò, ma ebbe da lei due figlie, che costrinse a farsi suore, e un figlio, Vincenzo, che Galileo riconobbe per portare avanti il nome della casata. Mentre fama e redditi crescevano, la sua salute iniziò però a deteriorarsi già a partire dal 1603. Succede oggi come allora: persino il padre della scienza moderna doveva pietire denari ai potenti per portare avanti le sue ricerche. Nel luglio del 1609 Galileo sentì parlare a Venezia di un’invenzione olandese che serviva per osservare gli oggetti da lontano. In un giorno appena ne costruì un prototipo che mostrò all’entusiasta Senato veneziano. I notabili della Serenissima gli offrirono un posto a vita a Padova, remunerato con mille fiorini all’anno. Lì fabbricò varie lenti e diversi “cannoni occhiali”, come si chiamavano allora, che utilizzò per osservare il cielo scoprendo, tra il 1609 e il 1610, i quattro maggiori satelliti di Giove, la natura rocciosa e irregolare del suolo lunare, le fasi di Venere e le macchie solari. INVIDIE E GELOSIE. Il libro dove descrisse le sue osservazioni, il Sidereus nuncius (Messaggero celeste), divenne un best-seller la cui fama arrivò persino in Cina. Ma non era ancora il numero uno dell’astronomia. Keplero era considerato il miglior astronomo del mondo e la critica entusiastica che il tedesco fece del Sidereus contribuì all’affermazione del telescopio in seno alla comunità scientifica internazionale. Ma Galileo mal digeriva un collega così stimato, e quando Keplero lo pregò di inviargli una lente di buona qualità, Galileo lo ignorò. Anche perché affari più urgenti richiamavano la sua attenzione: entrare alla corte dei Medici era uno di questi. Tanto brigò che riuscì, nel 1610, a diventare professore a Pisa e filosofo e matematico del granduca. Per ingraziarsi la committenza, Galileo dedicò ai Medici i satelliti di Giove. Negli anni seguenti si impegnò a perfezionare e ad applicare il suo sistema di investigazione sperimentale a differenti campi di ricerca. Era nato il metodo scientifico. Ma la fama lo indusse a un errore: iniziò a difendere il sistema copernicano; e gli invidiosi insorsero. L’INQUISIZIONE. Nel 1615 il frate domenicano Tommaso Caccini andò a Roma per denunciare al Santo Uffizio la pericolosità delle teorie di Galileo. Fra le prove, la copia di una lettera dello stesso scienziato con due frasi giudicate incriminanti in quanto contraddicevano le Sacre scritture: «La Terra non è il centro del mondo, né immobile, ma da sé si muove» e «il Sole è [...] del tutto immobile». La denuncia venne raccolta dal potente cardinal Bellarmino, che convinse papa Paolo V a costituire un tribunale per stabilire quanto fosse eretica la difesa delle tesi di Copernico portata avanti dallo scienziato pisano. SOTTO PROCESSO. Tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo 1616, dunque esattamente 400 anni fa, iniziò il primo processo a Galileo, che arrivò a Roma sentendosi forte dell’appoggio – timoroso in verità – del granduca Cosimo II de’ Medici, ma dovette ben presto scendere a più miti consigli. Il pericolo era scampato, ma una misteriosa manina introdusse nel verbale del processo un atto dove si obbligava lo scienziato a non insegnare le teorie di Copernico. Carta di cui non si seppe nulla fino al 1633, quando si aprì il secondo processo a Galileo in seguito alla pubblicazione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Lo scienziato aveva inviato il suo manoscritto a Roma alla fine del 1629 per ottenere il permesso alla pubblicazione. L’inquisitore lo concesse, previa una revisione del libro, che Galileo fece solo in parte. Fu allora che i suoi nemici tirarono fuori gli atti falsificati della prima serie di udienze, e lo scienziato fu accusato di eresia e condannato. LA RIABILITAZIONE. O QUASI... Nel 1992 papa Giovanni Paolo II ha riabilitato solennemente Galileo, e il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – l’allora cardinale Ratzinger, oggi papa emerito Benedetto XVI – ha riesaminato attentamente in un suo scritto le condizioni che portarono alla condanna di Galileo, ammettendo l’errore dell’Inquisizione. Certo, lo ha fatto forse in maniera “relativistica”, come si può dedurre dalla citazione nel suo testo del filosofo “anarchico” Paul Feyerabend: “La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione”. La Chiesa e gli storici cattolici hanno sempre sostenuto che Galileo non aveva prove a suo favore e che il Vaticano agì con lui in buona fede e rigore intellettuale. Da una serie di documenti presenti negli archivi vaticani si evince come a salvare dal rogo lo scienziato fu proprio il cardinal Bellarmino, il primo accusatore (ma anche caro amico di Galileo), che scrisse di suo pugno “Galilei non è eretico”, aggiungendo però che le sue tesi andavano in quella direzione. Eppure, che si tratti di revisionismo tardivo oppure no, i fatti accertati restano due. L’ABIURA E LA RECLUSIONE. Quando si aprì il secondo processo Galileo era ormai anziano, la sua salute malferma. Il Dialogo aveva avuto un enorme successo, persino il papa in carica, Urbano VIII, si professava suo estimatore. Ma allora perché il Santo Uffizio si rimise all’opera nel settembre del 1632? Le ragioni furono tante: Galileo era troppo famoso, l’umiltà gli faceva difetto. E poi quelle tesi rivoluzionarie... Lo stesso papa, come raccontò l’ambasciatore fiorentino Francesco Niccolini, cambiò idea sullo scienziato: «Proroppe Sua Santità in molta collera e all’improvviso mi disse ch’anche il nostro Galilei avava ardito d’entrar dove non doveva, e in materie le più gravi e le più pericolose che a questi tempi si potesser suscitare». ARRESTI DOMICILIARI. A metà febbraio del 1633 Galileo arrivò a Roma, e fu subito messo agli arresti domiciliari. Solo il 12 aprile l’inquisitore lo interrogò (in latino) e lui poté rispondere (in italiano). Gli interrogatori si susseguirono per settimane fino al 21 giugno, giorno dell’ultima udienza: minacciandolo di tortura, gli chiesero se sostenesse ancora la teoria eliocentrica: «Tenni, sì come tengo ancora, per verissima e indubitata l’opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della Terra e la mobilità del Sole” fu l’arrendevole risposta. Il giorno dopo gli inquisitori lessero a Galileo, genuflesso, la sentenza: «Ti sei reso a questo Santo Offizio veementemente sospetto d’eresia, d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine scritture, ch’il Sole sia centro della Terra e che non si muova [...] e che la Terra si muova e non sia centro del mondo. [...] Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi e ti condaniamo al carcere». Per salvare la vita, lo scienziato abiurò: «Io Galileo inginocchiato avanti di voi [...] con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie [...] questo dì 22 giugno 1633». Condannato alla reclusione a vita, commutata negli arresti domiciliari, non pronunciò mai la frase «E pur si muove» subito dopo l’abiura, ma continuò a scrivere e studiare e morì nel 1642 nella sua casa-prigione di Arcetri. Il corpo giace nella chiesa di Santa Croce a Firenze, lì dove il papa non voleva che venisse sepolto.

1622-04-29 00:45:17

Henri Poincaré

Jules Henri Poincaré nasce il 29 aprile del 1854 a Nancy, in Francia, nei dintorni di Cité Ducale, proveniente da una famiglia piuttosto influente: il padre, infatti, è professore di medicina presso l'Università di Nancy, mentre il cugino Raymond diventerà addirittura uno dei Presidenti della Repubblica francese, il decimo. Ammalatosi di difterite nel corso dell'infanzia, Henri Poincaré viene istruito dalla madre e all'età di otto anni entra al liceo di Nancy, che frequenta per ben undici anni risultando uno degli allievi più bravi in ogni materia, soprattutto la composizione scritta. Pur non eccellendo in educazione fisica e in musica, nel 1871 consegue il diploma liceale come baccalaureato in scienze e lettere. Henri Poincaré e la matematica Dopo aver prestato servizio nel corso della Guerra Franco-Prussiana nel corpo di soccorso medico insieme con il padre, nel 1873 Henri entra a far parte dell'Ecole Polytechnique, dove trova come docente di matematica Charles Hermite. L'anno successivo pubblica il suo primo trattato, intitolato ""Nuova dimostrazione delle proprietà dell'indicatore di una superficie" ("Démonstration nouvelle des propriétés de l'indicatrice d'une surface). Nel 1875 si laurea per poi continuare gli studi di matematica all'Ecole des Mines, dove nel marzo del 1879 si laurea in ingegneria mineraria. A questo punto Poincaré viene scelto come ispettore della regione di Vesoul per la Società Mineraria, nella zona nord-orientale della Francia. Si occupa delle indagini ufficiali che riguardano il disastro di Magny, dove nell'agosto 1879 persero la vita diciotto minatori. Nel frattempo si dedica al dottorato in scienze e matematica, sempre con la guida di Hermite, intitolato "Sulle proprietà delle funzioni finite per le equazioni differenziali". Henri Poincaré individua un modo inedito di studiare le proprietà delle equazioni differenziali, studiandone le proprietà geometriche. Successivamente riceve un'offerta di lavoro in qualità di lettore junior per l'Università di Caen; quindi a partire dal 1881 lavora in qualità di ingegnere responsabile dello sviluppo delle ferrovie del nord della Francia presso il Ministero dei Servizi Pubblici; insegna poi alla Sorbona di Parigi. L'insegnamento e la famiglia In un primo momento è professore associato di analisi, per poi insegnare meccanica fisica e sperimentale, meccanica celeste e teoria della probabilità. Dopo essersi sposato con Poulain d'Andecy, all'età di trentadue anni Poincaré diventa padre di Jeanne: è il 1887, anno in cui egli diventa membro dell'Accademia delle scienze francese e si aggiudica il concorso matematico indetto dal Re di Svezia Oscar II, per risolvere il problema a tre corpi del moto libero dei molti-corpi in orbita. Nel 1889 è di nuovo padre, di Yvonne; la moglie gli darà altri due figli: Henriette, che nascerà nel 1891, e Léon, che nascerà nel 1893. Nello stesso anno Henri viene nominato ingegnere capo della Società Mineraria ed entra a far parte del Bureau des Longitudes, in cui ha il compito di gestire la questione della sincronizzazione dell'orario nel mondo. Gli ultimi anni Successivamente, prende in considerazione il problema di individuare i fusi orari e la sincronizzazione temporale tra corpi in moto relativo tra loro. Intervenuto a difesa dell'ufficiale ebreo dell'esercito francese Alfred Dreyfus, accusato da commilitoni antisemiti di alto tradimento, Henri Poincaré continua a insegnare fino al 1912, anno in cui viene operato a causa di un problema alla prostata. Per un osservatore superficiale, la verità scientifica resta estranea agli attentati del dubbio; la logica della scienza è infallibile, e se talvolta gli scienziati s'ingannano, ciò accade solo perché ne hanno ignorato le regole. [La Scienza e l'Ipotesi, Incipit] Nel frattempo si dedica a numerose pubblicazioni: "La Scienza e l'Ipotesi" nel 1902, "Il valore della scienza" nel 1905, "Scienza e metodo" nel 1908, "Leçons sur les hypothéses cosmogoniques" nel 1911 e "Calcul des probabilités" nel 1912. Il 17 luglio di quello stesso anno Henri Poincaré muore a Parigi, all'età di cinquantotto anni: il suo corpo viene seppellito nel Cimitero di Montparnasse.

1643-01-04 00:00:00

Isaac Newton

Fisico e matematico tra i più grandi di ogni tempo, Isaac Newton ha dimostrato la natura composita della luce bianca, ha codificato le leggi della dinamica, ha scoperto la legge della gravitazione universale, ponendo le basi della meccanica celeste ed ha creato il calcolo differenziale ed integrale. Nato orfano di padre il 4 gennaio 1643 (ma qualcuno dice il 25 dicembre 1642) in Woolsthorpe, nel Lincolnshire, sua madre si risposa con il rettore di una parrocchia, lasciando poi il figlio sotto le cure della nonna. E' solo un bambino quando il suo paese diviene teatro di una battaglia legata alla guerra civile, nella quale dissensi religiosi e ribellione politica dividono la popolazione inglese. Dopo un'educazione rudimentale nella scuola locale, viene spedito all'età di dodici anni alla King's School di Grantham, dove trova alloggio nella casa di un farmacista di nome Clark. Ed è proprio grazie alla figliastra di Clark se il futuro biografo di Newton, William Stukeley, potrà ricostruire molti anni dopo alcune caratteristiche del giovane Isaac, come il suo interesse per il laboratorio di chimica del padre di lei, le sue corse dietro ai topi nel mulino a vento, i giochi con la "lanterna mobile", la meridiana e le invenzioni meccaniche che Isaac costruiva per divertire la graziosa amica. Malgrado poi la figliastra di Clark sposi successivamente un'altra persona (mentre lui rimane celibe a vita), fu comunque una delle persone per cui Isaac proverà sempre una sorta di romantico attaccamento. Alla sua nascita, Newton è l'erede legittimo di una modesta eredità legata alla fattoria che avrebbe dovuto cominciare ad amministrare una volta divenuto maggiorenne. Sfortunatamente, durante il periodo di prova alla King's School, diviene chiaro che l'agricoltura e la pastorizia non sono proprio il suo mestiere. Così, nel 1661, all'età di 19 anni, entra al Trinity College di Cambridge. Dopo aver ricevuto la laurea di baccellierato nel 1665, apparentemente senza particolare distinzione, Newton si ferma ancora a Cambridge per fare un master ma un'epidemia provoca la chiusura dell'università. Torna allora a Woolsthorpe per 18 mesi (dal 1666 al 1667), durante i quali non solo effettua degli esperimenti fondamentali e getta le basi teoriche di tutti i seguenti lavori sulla gravitazione e sull'ottica ma sviluppa anche il suo personale sistema di calcolo. La storia che l'idea della gravitazione universale gli sia stata suggerita dalla caduta di una mela sembrerebbe fra l'altro autentica. Stukeley, ad esempio, riporta di averla ascoltata da Newton stesso. Tornando a Cambridge nel 1667, Newton completa velocemente la sua tesi di master e prosegue intensamente l'elaborazione di un lavoro iniziato a Woolsthorpe. Il suo professore di matematica, Isaac Barrow, è il primo a riconoscere l'inusuale abilità di Newton in materia e, quando nel 1669, abbandona il suo incarico per dedicarsi alla teologia, raccomanda il suo pupillo come successore. Newton diventa così professore di matematica all'età di 27 anni, rimanendo al Trinity College per altri 27 con quel ruolo. Grazie alla sua prodigiosa ed eclettica mente ha modo di fare anche esperienza politica, precisamente come deputato al Parlamento di Londra, tanto che nel 1695 ottiene la carica di ispettore della Zecca di Londra. L'opera più importante di questo matematico e scienziato sono i "Philosophiae naturalis principia mathematica", autentico immortale capolavoro, nel quale espone i risultati delle sue indagini meccaniche e astronomiche, oltre a gettare le basi del calcolo infinitesimale, ancora oggi di importanza indiscussa. Tra gli altri lavori si annovera "Optik", studio in cui sostiene la famosa teoria corpuscolare della luce e "Arithmetica universalis e Methodus fluxionum et serierum infinitarum" pubblicato postumo nel 1736. Newton muore il 31 marzo 1727 seguito da grandissimi onori. Sepolto nell'abbazia di Westminster, sulla sua tomba vengono incise queste altisonanti e commoventi le parole: "Sibi gratulentur mortales tale tantumque exstitisse humani generis decus" (si rallegrino i mortali perché è esistito un tale e così grande onore del genere umano).

1661-02-18 08:27:13

Alessandro Volta

Alessandro Volta (Conte Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta) nasce a Camnago, vicino Como, il 18 febbraio 1745. Autodidatta, attratto dagli studi naturalistici, Volta inizia a svolgere esperimenti di elettrologia e a scambiare un proficuo carteggio con Giambatista Beccaria e Jean-Antoine Nollet per illustrare le sue interpretazioni dei fenomeni. Nella memoria "Sulla forza attrattiva del fuoco elettrico e sui fenomeni che ne derivano" (1769), indirizzata al Beccaria, è già possibile ritrovare il concetto di "stato elettrico" (cioè di potenziale) dei corpi. Nel 1775 Volta realizza l´elettroforo che porta il suo nome e che prelude alle macchine elettrostatiche a induzione. Inizia l'attivitià di docente di Fisica presso l'università di Pavia nel 1778. Volta introduce i concetti di Tensione, Carica e Capacità ("Osservazioni sulla capacità dei conduttori elettrici", 1778) formalizzando la moderna elettrologia durante il decennio 1778-1888. Sulla scia delle ricerche condotte da Luigi Galvani sull´elettricità animale nella rana, Volta nel 1792 compie una serie di esperimenti, in base ai quali rifiuta le teorie di Galvani giungendo a formulare l´effetto elettrico tra materiali metallici diversi che porta il suo nome. La polemica generata dalla sua scoperta, tra voltiani (dell'università di Pavia) e galvaniani (università di Bologna), che durerà fino alla fine del secolo, induce Volta a proseguire gli studi realizzando un apparecchio a colonna, poi chiamato "apparecchio a pila", di cui dà notizia nel 1800 in una lettera a Joseph Banks, presidente della Royal Society e per il quale Volta avrà fama mondiale. Tra gli altri risultati delle ricerche di Alessandro Volta vi sono la scoperta delle proprietà del "gas delle paludi" (1776, in seguito verrà chiamato Metano) e la formulazione della legge di dilatazione dei gas. Si occupa poi del problema del trasporto dell´energia elettrica mediante conduttori isolati, e di metrologia, conferendo alle grandezze elettriche il carattere di misurabilità: in suo onore è detta Volt l´unità di misura della differenza di potenziale. L'"Effetto Volta" è il fenomeno per cui tra due conduttori metallici diversi posti a contatto, in equilibrio termico, caratterizzati da differenti valori del potenziale di estrazione, si stabilisce una piccola differenza di potenziale (cioè un flusso di elettroni dal metallo a potenziale di estrazione minore verso quello con potenziale di estrazione maggiore). In base all´entità di tale fenomeno, i metalli possono essere ordinati in una serie voltaica. Alessandro Volta muore nel suo paese natale il 5 marzo 1827. Il suo volto è stato scelto per essere rappresentato sulla banconota italiana del valore di 10.000 lire.

1661-06-19 08:27:13

Blaise Pascal

Nato il 19 giugno 1623 a Clermont-Ferrand (Francia) da una famiglia di ottima condizione sociale. Il padre, Etienne Pascal, lo istruisce personalmente iniziandolo ad interessi scientifici e facendogli frequentare le riunioni dei circoli culturali parigini. Fra l'altro, ad un certo punto si trasferisce con i figli a Rouen, in Normandia, poiché nominato Commissario del re per le imposte. Il piccolo Pascal mostra assai precocemente le sue straordinarie doti di intelligenza. A soli sedici anni, per esempio, scrive un "Trattato delle coniche" (nel quadro della "geometria proiettiva"), purtroppo in seguito andato perduto; queste prime prove intellettuali saranno fondamentali per gli studi successivi. In particolare, l'assiduo studio della geometria lo porterà ad elaborare il teorema che porta il suo nome ("Teorema di Pascal", appunto), concernente l'esagono inscritto in una conica qualsiasi. Pascal, fra l'altro, è considerato uno dei padri della robotica e del calcolo computazionale e questo attraverso risultati raggiunti già a soli diciotto anni di età. La passione per il calcolo e il desiderio di allargare le potenzialità di quest'ultimo, infatti, lo portano a progettare la prima macchina calcolatrice, detta poi "pascalina". In realtà, l'idea di partenza ebbe una genesi molto pragmatica e apparentemente meno nobile, ossia quella di aiutare il padre che, oberato di lavoro, aveva bisogno di eseguire dei calcoli in maniera più rapida. Dopo due anni di ricerche, ecco che Blaise stupisce il enitore e il resto della famiglia con questa invenzione straordinaria. Il brevetto, chiesto nel 1645, gli fu concesso nel 1649. Parallelamente agli interessi scientifici e filosofici, Pascal ha però sempre coltivato un intenso spirito religioso e un'intensa riflessione teologica, tanto da essere considerato a tutt'oggi uno dei più grandi, se non il più grande, pensatori cristiani degli ultimi quattro secoli. La prima conversione di Pascal si fa solitamente risalire al 1646, anno che registra fra l'altro un grave peggioramento della sua incerta salute. Il senso di prostrazione e di abbattimento causato dalla malattia lo induce a mettere sulla carta le sue riflessioni, che ci parlano delle sue esperienze sull'esistenza del vuoto e del timore da questo procurato. Questi scritti troveranno più ampia stesura in una pubblicazione del 1647. Dell'anno 1648 rimane invece celebre l'esperimento che fece effettuare da suo cognato il 19 settembre: con questa prova Pascal dimostrò che la pressione dell'atmosfera sulla colonna di mercurio di un barometro torricelliano diminuisce con l'aumentare dell'altitudine. Intanto, sua sorella Jacqueline prende la strada del convento e, nel 1652, si fa monaca, entrando nel convento femminile di Port-Royal, istituto già celeberrimo per la famosa scuola di logica a cui anche Pascal aderirà. Tormentato da forti cefalee, Pascal è "costretto", su consiglio dei medici, ad osservare un regime più mondano. L'imperativo dei cerusici è quello di svagarsi, lasciando momentaneamente perdere l'intenso studio. Al periodo mondano apparterebbe, secondo Victor Cousin, il "Discorso sulle passioni d'amore" scoperto nel 1843. Uomo profondo e assetato di spiritualità, ben presto si annoia di frequentare salotti e feste insulse. Incomincia invece a prendere in seria considerazione gli studi sul calcolo delle probabilità che lo porteranno in molteplici direzioni di ricerca, anche in ossequio all'interesse per il gioco d'azzardo che Pascal coltivava. A seguito di frequenti contatti con la sorella Jaqueline, attraversa una nuova crisi mistica che si risolve nella notte del 23 novembre quando vive un'intensa esperienza religiosa, narrata poi nel famoso "Memoriale". Nel gennaio del 1655 Pascal si reca a Port-Royal, dove vi trascorre alcune settimane e dove scrive la "Conversione del peccatore". Tra il gennaio del '56 ed il marzo del '57 scrive poi 18 celebri lettere, le "Provinciali", raccolte poi in volume. Lo scopo dichiarato di quegli scritti è quello di difendere Port-Royal dalla accuse degli antigiansenisti. In esse tenterà anche di mettere in ridicolo la morale dei Gesuiti e di criticarne a fondo i presupposti filosofico-teologici. Il 6 settembre la congregazione dell'Indice condanna le "Provinciali". Tornato a più "terreni" interessi scientifici, si dedica al problema della cicloide (roulette), ne trova la soluzione e pubblica il "Trattato generale sulla cicloide". Del '58 sono gli importanti "Scritti sulla Grazia" nei quali rivela una gran conoscenza teologica mentre, in parallelo, continua a lavorare al progetto di una "Apologia del Cristianesimo", mai terminata; i frammenti furono poi raccolti nei "Pensieri", pubblicati per la prima volta nel 1669. E' proprio nei "Pensieri" che compare la famosa tesi della "scommessa" circa la fede. In sintesi, Pascal sostiene che, a fronte del "silenzio di Dio", del "vuoto" che ci circonda, ricerca del Dio nascosto diventa un affare di cuore, in appello alle regioni più segrete dell'animo umano. Pascal nutre sfiducia nei metodi dimostrativi nel campo della fede religiosa ed è anzi persuaso che Dio non sia oggetto tanto di convinzione razionale, quanto piuttosto di un sentimento irrazionale. In questo quadro, un altra distinzione fondamentale introdotta da Pascal, distinzione di sapore squisitamente letterario, è quella fra "l'esprit de géometrie e l'esprit de finesse", ossia fra "spirito di geometria e spirito di finezza". Il primo, in sostanza, procederebbe per deduzioni logiche e per ragionamenti stringenti, oppure per definizioni, e perviene a risultati tangibili e comprovabili, ma distanti dallo spirito comune, dato che per afferrarli ci vuole conoscenza, studio ed esercitazione. Viceversa, lo "spirito di finezza" tiene in considerazioni un gran numero di principi, alcuni dei quali veramente sottili ed indecifrabili, che è inevitabile che sia indeterminato e vago. Esso dunque appartiene ad una sfera che si riferisce al sentimento, al gusto estetico e financo alla vita morale. Non però alla scienza, che ha bisogno di "applicazioni" più rigorose. Il senso della celebre frase pascaliana "il cuore conosce cose che la ragione non conosce" è tutto giocato nell'intervallo che passa fra queste due distinzioni. Insomma, nella vita alle volte capiamo le cose solo attraverso l'esprit de finesse, attraverso la "sapienza del cuore", cose che la ragione è impossibilitata a comprendere, se non a cogliere. Una descrizione eloquente del pensero pascaliano la troviamo nella Garzantina di Letteratura: La malattia, per Pascal, è la condizione naturale del cristiano; la sua fede è una scommessa in cui tutto viene impegnato, senza restrizioni. Questa violenta presa di coscienza dei limiti della ragione, e dell'impossibilità di assorbire l'uomo nell'ordine della geometria, giustifica l'accostamento di Pascal ai grandi maestri dell'esistenzialismo e dell'irrazionalismo moderni, da Kierkegaard a Nietzsche a Dostoevskij: ma non bisogna dimenticare il valore che il pensiero conserva per Pascal. "L'uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma una canna che pensa. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero" .Opera in cui si confrontano e si scontrano le esigenze estreme della scienza e della religione, i "Pensieri" sono, nello stesso tempo, un grande capolavoro letterario, che getta sulla scena un nuovo eroe: l'uomo, come ha scritto O. Macchia, .inquieto, torturato dall'incostanza e dalla noia e dal voler essere felice, nonostante le sue miserie... Inoltre, nella sua essenza più vera, in un certo senso la fede la si può equiparare ad una sorta di scommessa. Chi questa fede ce l'ha per dono naturale non ha ragione di preoccuparsi ma chi invece ritiene di non possedere questo dono, dovrebbe riflettere sul fatto che la "scommessa" sull'esistenza è comunque vinta, se accettata, perchè a fronte di questo sacrificio, si guadagna un bene incommensurabile come quello della vita eterna. Al contrario, naturalmente, se Dio davvero non esiste non si perde nulla ma anzi ci si guadagna comunque, perché si sarà vissuto in modo saggio e retto. Dopo un lungo periodo di ritiro nell'eremo di Port-Royal, muore di tumore addominale il 19 agosto 1662 a soli trentanove anni.

1879-03-14 00:00:00

Albert Einstein

Biografia • Tutto è relativo: ho assolutamente ragione Albert Einstein, nasce il 14 marzo del 1879 a Ulm, in Germania, da genitori ebrei non praticanti. Un anno dopo la sua nascita la famiglia si trasferisce a Monaco di Baviera, dove suo padre Hermann apre, col fratello Jacob, una piccola officina elettrotecnica. L'infanzia di Einstein si svolge nella Germania di Bismarck, un paese in via di massiccia industrializzazione, ma anche retto con forme di dispotismo che si fanno sentire a vari livelli e in vari ambienti della struttura sociale. L'infanzia Il piccolo Albert è per istinto un solitario ed impara a parlare molto tardi. L'incontro con la scuola è da subito difficile: Albert, infatti, trova le sue consolazioni a casa, dove la madre lo avvia allo studio del violino, e lo zio Jacob a quello dell'algebra. Da bambino legge libri di divulgazione scientifica con quella che definirà "un'attenzione senza respiro". Odia i sistemi severi che rendono la scuola del suo tempo simile ad una caserma. I primi studi Nel 1894 la famiglia si trasferisce in Italia per cercare miglior fortuna con una fabbrica a Pavia, vicino a Milano. Albert rimane solo a Monaco affinché possa terminare l'anno scolastico al ginnasio; raggiunge poi la famiglia. Gli affari della fabbrica cominciano ad andare male e Hermann Einstein esorta il figlio Albert a iscriversi al famoso Istituto Federale di Tecnologia, noto come Politecnico di Zurigo. Non avendo però conseguito un diploma di scuola secondaria superiore, nel 1895 deve affrontare un esame di ammissione: viene bocciato per insufficienza nelle materie letterarie. Ma ci fu di più: il direttore del Politecnico, impressionato dalle non comuni capacità mostrate nelle materie scientifiche, esorta il ragazzo a non rinunciare alle speranze e a ottenere un diploma abilitante per l'iscrizione al Politecnico nella scuola cantonale svizzera progressiva di Aargau. Gli studi superiori Qui Albert Einstein trova un'atmosfera ben diversa da quella del ginnasio di Monaco. Nel 1896 può finalmente iscriversi al Politecnico, dove prende una prima decisione: non farà l'ingegnere bensì l'insegnante. In una sua dichiarazione dell'epoca dirà, infatti, "Se avrò fortuna nel passare l'esame, andrò a Zurigo. Lì starò per quattro anni per studiare matematica e fisica. Immagino di diventare un insegnante in quei rami delle scienze naturali, scegliendo la parte teorica di esse. Queste sono le ragioni che mi hanno portato a fare questo piano. Soprattutto, è la mia disposizione all'astrazione e al pensiero matematico, e la mia mancanza di immaginazione e di abilità pratica". Nel corso dei suoi studi a Zurigo matura la sua scelta: si dedicherà alla fisica piuttosto che alla matematica. Dalla laurea al primo impiego, fino ai primi studi teorici Albert Einstein si laurea nel 1900. Prende dunque la cittadinanza svizzera per assumere un impiego all'Ufficio Brevetti di Berna. Il modesto lavoro gli consente di dedicare gran parte del suo tempo allo studio della fisica. Nel 1905 pubblica tre studi teorici. Il primo e più importante studio contiene la prima esposizione completa della teoria della relatività ristretta. Il secondo studio, sull'interpretazione dell'effetto fotoelettrico, contiene un'ipotesi rivoluzionaria sulla natura della luce; Einstein afferma che in determinate circostanze la radiazione elettromagnetica ha natura corpuscolare, ipotizzando che l'energia trasportata da ogni particella che costituisce il raggio luminoso, denominata fotone, sia proporzionale alla frequenza della radiazione. Quest'affermazione, in base alla quale l'energia contenuta in un fascio luminoso viene trasferita in unità individuali o quanti, dieci anni dopo sarà confermata sperimentalmente da Robert Andrews Millikan. Il terzo e più importante studio è del 1905, e reca il titolo "Elettrodinamica dei corpi in movimento": esso contiene la prima esposizione completa della teoria della relatività ristretta, frutto di un lungo e attento studio della meccanica classica di Isaac Newton, delle modalità dell'interazione fra radiazione e materia, e delle caratteristiche dei fenomeni fisici osservati in sistemi in moto relativo l'uno rispetto all'altro. Il premio Nobel E' proprio quest'ultimo studio che porterà Albert Einstein a conseguire il premio Nobel per la Fisica nel 1921. Nel 1916 pubblica la memoria: "I fondamenti della teoria della Relatività generale", frutto di oltre dieci anni di studio. Questo lavoro è considerato dal fisico stesso il suo maggior contributo scientifico: esso si inserisce nella sua ricerca rivolta alla geometrizzazione della fisica. Il contesto storico: la Prima Guerra Mondiale Intanto, nel mondo i conflitti fra le nazioni avevano preso fuoco, tanto da scatenare la prima guerra mondiale. Durante questo periodo Einstein è tra i pochi accademici tedeschi a criticare pubblicamente il coinvolgimento della Germania nella guerra. Tale presa di posizione lo rende vittima di gravi attacchi da parte di gruppi di destra, tanto che le sue teorie scientifiche subiscono un'azione volta a metterle in ridicolo; particolare accanimento subisce la teoria della relatività. Il nazismo e la bomba atomica Con l'avvento al potere di Hitler, Einstein è costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove gli venne offerta una cattedra presso l'Institute for Advanced Study di Princeton, nel New Jersey. Di fronte alla minaccia rappresentata dal regime nazista, il Nobel tedesco rinuncia alle posizioni pacifiste e nel 1939 scrive assieme a molti altri fisici una famosa lettera indirizzata al presidente Roosevelt, nella quale viene sottolineata la possibilità di realizzare una bomba atomica. La lettera segna l'inizio dei piani per la costruzione dell'arma nucleare. L'impegno per la pace Einstein ovviamente disprezza profondamente la violenza e, conclusi questi terribili anni di conflitti, si impegna attivamente contro la guerra e contro le persecuzioni razziste, compilando una dichiarazione pacifista contro le armi nucleari. Più volte, poi, ribadisce la necessità che gli intellettuali di ogni paese debbano essere disposti a tutti i sacrifici necessari per preservare la libertà politica e per impiegare le conoscenze scientifiche a scopi di pace. La morte Albert Einstein si spegne all'età di 76 anni negli Stati Uniti, a Princeton, il giorno 18 aprile 1955, circondato dai più grandi onori. Aveva espresso verbalmente il desiderio di mettere il proprio corpo a disposizione della scienza e Thomas Stoltz Harvey, il patologo che effettuò l'autopsia, di propria iniziativa rimosse il cervello e lo conservò a casa propria in un barattolo sottovuoto per circa 30 anni. Il resto del corpo fu cremato e le ceneri furono disperse in un luogo segreto. Quando i parenti di Einstein furono messi al corrente, acconsentirono a che il cervello fosse sezionato in 240 parti da consegnare ad altrettanti ricercatori; la parte più grossa è custodita nell'ospedale di Princeton. La grandezza e il genio immortale di Einstein La grandezza di Einstein consiste nell'avere cambiato in maniera radicale le metodologie di interpretazione del mondo della fisica. La sua fama crebbe enormemente e in modo sempre crescente dopo l'assegnazione del Nobel ma soprattutto grazie all'alto grado di originalità della sua Teoria della relatività, capace di colpire l'immaginario collettivo in modo affascinante e stupefacente. Il contributo di Einstein al mondo della scienza, ma anche a quello della filosofia (campo nel quale Einstein nutrì e mostrò profondo interesse) ha prodotto una rivoluzione che nella storia trova paragone solo in quella prodotta dal lavoro di Isaac Newton. Il successo e la popolarità acquisite da Einstein sono state un evento del tutto insolito per uno scienziato: esse non si arrestarono nemmeno durante gli ultimi anni di vita, tanto che in molte culture popolari il suo nome divenne - già allora e ancora oggi è così - sinonimo di genio e di grande intelligenza. Sono rimaste celebri molte frasi di Einstein, come ad esempio "Solo due cose sono infinite, l'universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima". Anche il suo volto e le sue fattezze (i lunghi capelli bianchi e i folti baffi bianchi) sono diventati uno stereotipo simboleggiante proprio la figura dello scienziato geniale; un' esempio su tutti è il personaggio del Dottor Emmett Brown della saga di "Ritorno al Futuro", film dove tra l'altro il cane dell'inventore della macchina del tempo più celebre del cinema, si chiama proprio Einstein.

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