Il lavoro nella storia

Nell'ambito della Campagna 2016/2017 "Quale lavoro?", i gruppi di educazione alla cittadinanza di ACMOS affrontano lo studio di alcune concezioni del lavoro dall'antichità ad oggi, dando voce a personaggi e modelli teorici.

0500 BC-01-01 00:00:00

Il lavoro nell'antichità

Nell'antichità il lavoro — e a maggior ragione il lavoro manuale — venne per lo più inteso come dura necessità e non come strumento di autorealizzazione dell'uomo. Nell'antichità greco-romana il lavoro è considerato — salvo rare eccezioni — come un'attività indegna del cittadino. In Platone e Aristotele, per esempio, la partecipazione all'attività politica e la contemplazione filosofica — le più alte forme di vita umana — sono ritenute accessibili soltanto a chi sia emancipato dalla produzione dei beni necessari, cui devono provvedere gli schiavi o i membri della comunità esclusi dalla cittadinanza: «I cittadini — scrive Aristotele nella Politica — non devono vivere la vita del meccanico o del mercante (un tal genere di vita è ignobile e contrario alla virtù) e neppure essere contadini quelli che vogliono diventare cittadini (in realtà c'è bisogno di ozio e per far sviluppare la virtù e per le attività politiche)».

1536-01-09 00:00:00

Calvino e la teoria della predestinazione

Cardine della dottrina calvinista era la teoria della predestinazione. Secondo Calvino, tutto si compie nel mondo per opera dell'unica volontà: quella di Dio, che è il sovrano di tutto e di tutti. Quella di Dio è una sovranità che non si può contrastare; il solo pensiero di poterlo fare è un atto blasfemo. L'uomo deve perciò sottomettersi senza riserva alcuna a essa. Da questo discende che ogni singolo uomo è non ciò che vuole essere, ma ciò che Dio vuole che sia. L'uomo non ha alcuna scelta propria; egli non può decidere, in base alla sua volontà, di operare bene o male ‒ come ritiene la dottrina cattolica ‒ venendo quindi ricompensato da Dio per il bene e condannato per il male che ha fatto. Le opere dell'uomo non sono altro che quelle che Dio permette. Una simile dottrina, che pareva indurre gli uomini alla passività, ebbe invece in concreto l'effetto di indurre i calvinisti a un atteggiamento quanto mai attivo, a operare bene per dare segno di essere beneficati dalla grazia divina.

1754-01-16 00:00:00

Antonio Genovesi e l'economia civile

Il pensiero economico di Genovesi si trova racchiuso in massima parte nelle sue Lezioni, l’opera cui lavorò dall’inizio alla fine della sua attività di docente di economia civile (1754-1769).

1844-03-06 00:00:00

Marx e il lavoro alienato

Marx considera il lavoro secondo un duplice punto di vista. Il lavoro è certo, come in Hegel, un momento necessario per la realizzazione dell'uomo (che si appropria consapevolmente della natura lavorandola); tuttavia, nelle condizioni storiche «attuali» - caratterizzate dalla proprietà privata dei mezzi di produzione - l'oggettivazione del lavoro si traduce in privazione per l'operaio (il lavoro cioè si configura come “lavoro alienato”). Come è ben chiarito nei Manoscritti economico-filosofici, nella società capitalistica l'operaio si vede infatti espropriato a) del prodotto del lavoro (che non gli appartiene, ma appartiene al capitalista); b) della sua stessa attività lavorativa; c) della sua essenza più propria (il lavorare trasformando consapevolmente la natura è infatti ciò che specifica l'uomo rispetto agli altri animali); d) del rapporto con l'altro uomo (la «potenza estranea», cioè il capitalista, che si appropria del prodotto del suo lavoro).

1850-03-06 00:00:00

Self made man

Il termine nasce nella prima metà del XIX secolo in America per indicare un individuo che puramente attraverso il duro lavoro e i propri talenti riesce a raggiungere il successo personale. Il concetto va a collocarsi nella più ampia e preesistente narrazione dell’American Dream, per la quale l’America in quanto land of opportunity, terra delle opportunità, era il luogo prescelto dove ciascuno, in libertà, aveva la possibilità di ricostruirsi con le proprie forze una vita e una fortuna.

1893-01-08 00:00:00

Durkheim e la divisione del lavoro sociale

Durkheim riconosce alla divisione del lavoro soprattutto un carattere morale. Infatti “in virtù di essa l’individuo ridiventa consapevole del suo stato di dipendenza nei confronti della società e del fatto che da questa provengono le forze che lo trattengono e lo frenano. In una parola, diventando la fonte eminente della solidarietà sociale, la divisione del lavoro diventa anche la base dell’ordine morale”.

1926-03-06 00:00:00

Taylor e Ford

Alla base della concezione di Taylor vi era la convinzione che riducendo il costo dei prodotti (grazie all’economia di scala) sarebbe stato possibile un’espansione praticamente illimitata del mercato. Per battere la concorrenza si pensava fosse importante ridurre i costi piuttosto che investire nella qualità o nell’innovazione. Taylor scrive in un periodo in cui la cultura americana è pervasa dallo scientismo positivista con il suo ottimistico messaggio sull’efficacia risolutiva del metodo scientifico. Il fordismo è strettamente connesso alle idee di Taylor ed in un certo senso è la loro realizzazione pratica. Prende il nome da Henry Ford, fondatore della fabbrica di auto, che mette in atto strategie per garantire la produzione su vasta scala e in tempi brevi di un prodotto standardizzato. La catena di montaggio è l’emblema dell’organizzazione fordista per la produzione di massa: il lavoro è parcellizzato e spersonalizzato.

1927-03-06 00:00:00

Elton George Mayo, il lavoro a partire dalle relazioni

La lezione più importante che Mayo ha lasciato è quella di aver dimostrato che la base della soddisfazione nel lavoro, collegandola più all’interesse per la performance in sé che alla ricompensa finanziaria, non è di natura economica. Mayo pose quindi l‘attenzione, a differenza di Taylor, non solo sulla retribuzione, ma sull‘intero contesto lavorativo soprattutto a partire dalle relazioni nel luogo di lavoro. Sebbene l‘obiettivo resti sempre il raggiungimento della massima produttività, Mayo evidenziò la necessità di orientarsi al raggiungimento di questo scopo attraverso mezzi diversi rispetto a quelli proposti dal taylorismo. Di fatto gli studi di Mayo confutano le basi della teoria taylorista dell’interesse personale e degli incentivi economici. I lavoratori, infatti, respingono il taylorismo perché, malgrado i contributi finanziari all’efficienza, fondamentalmente è un sistema imposto che non tiene conto del parere dei lavoratori e del loro sentimento nei confronti del lavoro.

1938-03-06 00:00:00

Adriano Olivetti

L’esperienza dell’azienda Olivetti costituisce una delle più interessanti vicende imprenditoriali, a livello mondiale, per quanto riguarda l’applicazione dei principi di economia civile all’agire d’impresa. L’Olivetti di Adriano, che nulla ebbe dell’irrealistica e velleitaria utopia, testimonia al contrario la concreta possibilità, oggi più che mai attuale, di un’economia capace di far convivere esigenze produttive, benessere materiale e pienezza umana.

1943-03-06 00:00:00

Taiichi Ono e il Toyota Way

La base del Sistema di Produzione Toyota è l’assoluta eliminazione degli sprechi. I due pilastri su cui si basa sono la produzione Just-in-time (JIT) e l’automazione. Il contributo umano al processo produttivo è limitato all’ispezione della catena di montaggio: “l’attenzione umana è necessaria solo quando viene individuato un difetto, il macchinario si fermerà e non ripartirà finchè il problema non sarà risolto”. Un altro principio fondamentale del Sistema di Produzione Toyota è il modo di determinare i margini di profitto. Invece di considerare il prezzo di vendita come la somma di costi e profitti, Ohno intuisce che è il cliente, non il produttore a determinare il prezzo di vendita: la formula cambia in prezzo di vendita – costi = profitto. L’obbiettivo è quindi la riduzione dei costi, non l’aumento del prezzo di vendita. Secondo Ohno, il modo migliore per tagliare i costi è eliminare gli sprechi. Individua quindi sei aree a rischio nel processo produttivo: la sovraproduzione, il tempo di attesa dei lavoratori tra un incarico e l’altro, i trasporti, la catena di montaggio, lo stoccaggio delle scorte, la realizzazione di prodotti difettosi. Nasce così la produzione JIT, in cui i pezzi vanno prodotti in base alle reali esigenze del mercato secondo i feedback continui che arrivano dai venditori e che considera l’accumulazione delle scorte la più grande causa degli sprechi del ciclo produttivo. Questo metodo di produzione permette di concentrare la forza-lavoro in base alle reali esigenze della fabbrica, risolvendo in tempo reale i problemi del ciclo produttivo e prevenendo gli sprechi. In questo modo dalla fine degli anni ’50 la Toyota ha potuto assumere in massa migliaia di lavoratori che nei periodi di bassa produzione non venivano licenziati ma impiegati in altri settori produttivi poiché non specializzati in un singolo compito, ma abituati ad intendere la catena di montaggio come un unico grande processo.

1955-03-06 00:00:00

Marcuse e il principio di prestazione

Marcuse designa come «principio di prestazione» la forma di "principio di realtà" che governa il progresso della civiltà industriale. Esso prevede l'inserimento completo del lavoratore nel meccanismo produttivo, in modo tale che ogni energia fisica e spirituale risultino sistematicamente finalizzate all'incremento della produzione capitalistica. Anche il tempo "libero" è, in sempre maggior grado, subordinato alle esigenze del lavoro: ciò sia a causa dell'obbligo in cui il lavoratore si trova di recuperare energie da spendere nella produzione, sia - nelle società opulente - in ragione dell'asservimento ai consumi futili e voluttuari imposti dalla martellante pubblicità e dall'invadenza dei mezzi di comunicazione di massa. Ma è possibile andare al di là del principio di prestazione? Superare l'asservimento degli uomini al lavoro; costruire un ordine sociale modellato sul principio di piacere, e dunque sul recupero della dimensione erotica, della spontanea creatività umana? Secondo il Marcuse di Eros e civiltà (in testi successivi il filosofo si mostrerà meno ottimista sulla possibilità di realizzare effettivamente la propria utopia) ciò è effettivamente a portata di mano, e questo non attraverso la marxiana «espropriazione degli espropriatori», ma in conseguenza delle condizioni determinate dallo sviluppo realizzatosi fino a oggi sotto la sferza del principio di prestazione. Infatti, il grado di efficienza raggiunto dalla capacità produttiva - con lo straordinario progresso della tecnologia e la sempre piu ̀rigorosa razionalizzazione della produzione - permetterà di dedicare al lavoro e alle necessità della vita una quantità di tempo enormemente inferiore a quella imposta dall’ordine capitalistico moderno, investendo in attività lavorativa una dose minima di energia libidica; ciò consentirebbe inoltre di ampliare proporzionalmente il tempo liberato. Nell’epoca attuale, infatti, l’organizzazione produttiva capitalistica non ha come suo fine la lotta per la sopravvivenza, ma piuttosto la conservazione del proprio dominio.

1986-03-06 00:00:00

Carlo Petrini e Slow food

Slow Food lavora in tutto il mondo per tutelare la biodiversità, costruire relazioni tra produttori e consumatori, migliorare la consapevolezza sul sistema che regola la produzione alimentare. In questo senso, Sloow Food pone particolare attenzione, come scritto nello statuto, ad alcune attività, sintomatiche della sua visione del lavoro, come ad esempio: a) ricerca, catalogazione e promozione per la salvaguardia della biodiversità alimentare, contrastando la crescente omologazione dei consumi, promuovendo, organizzando e/o partecipando a progetti per lo sviluppo di forme di agricoltura ecocompatibile; b) promuovere e sostenere iniziative con l’obiettivo di preservare e valorizzare l’identità storicoculturale di un territorio, a cui si lega una specifica produzione, in particolare attraverso l’istituzione di Presìdi per la difesa della biodiversità; c) favorire la conoscenza e la fruizione dei prodotti del territorio attraverso iniziative che favoriscano la riduzione della filiera distributiva, il rapporto diretto tra produttore e coproduttore, l'organizzazione di attività di turismo enogastronomico; In una visione che parte delle radici per arrivare alle nostre tavole, promuovendo il diritto alla terra e sostenendo i diritti della terra.

1997-03-06 00:00:00

Steve Jobs

La concezione del lavoro di Steve Jobs è strettamente connessa alla filosofia di vita di cui si è fatto promotore negli anni e alla sua stessa persona, e per questo risulta essere un tema molto controverso. Osannato da un lato per aver rivoluzionato il modo di lavorare e di intendere il lavoro stesso, soprattutto attraverso la pratica e il culto di quel "think different" che per molti non ha rappresentato soltanto uno slogan pubblicitario, ma una vera e propria visione dell'esistenza basata sulla sfida dei dogmi e del conformismo; è stato rilevato d’altro canto come la sua figura abbia assunto sempre più con il passare degli anni le sembianze di una “macchina capitalistica” da miliardi di dollari. In questo senso si collocano la sua scelta di cancellare tutti i programmi filantropici della propria azienda, la guerra di brevetti con l’Android, la sapiente capacità di orientare i gusti delle masse, il sistema controllatissimo delle applicazioni e del suo store e lo sfruttamento della mano d'opera a basso costo della Cina.

2006-03-06 00:00:00

L'impresa sociale

È difficile dare una definizione univoca di impresa sociale: dobbiamo piuttosto intenderlo come un fenomeno reticolare e in continua espansione, un’entità fluida legata ad un movimento culturale in cui i vari attori propongono di volta in volta interpretazioni nuove. In generale, alla base dell’impresa sociale vi è l’idea che i mezzi imprenditoriali possano essere impiegati per migliorare la società rendendola più giusta e più sostenibile. L’idea è che l’impresa possa essere uno strumento economico adeguato per azioni legate al bene comune: «l’impresa può essere uno strumento importante per ristabilire un equilibrio migliore tra il benessere economico e sociale. Infatti, l’impresa può produrre un alto valore economico, ma può (o almeno dovrebbe) anche essere un mezzo per creare una società più giusta» (A. Fayolle, H. Matlay, Handbook of Research in Social Entrepreneurship, Elgar 2010). Gli imprenditori sociali sono gli agenti del cambiamento della società, creatori di innovazione.

2010-03-06 00:00:00

La Gig economy

Con gig economy si intende un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative ma si lavora on demand, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze. L'espressione gig economy deriva dal termine inglese "gig", lavoretto. Domanda e offerta vengono gestite online attraverso piattaforme e app dedicate, come nel caso dell’affitto temporaneo di camere (ad es. Airbnb), di attività da freelance come la progettazione di siti web (ad es. Upwork o Fivver), di vendita di prodotti artigianali (ad es. Etsy) e di trasporti privati alternativi ai taxi (ad es. Uber), delle consegne a domicilio (ad es. di pasti pronti, come Deliveroo e Foodora). Nella gig economy i lavoratori sono tutti in proprio (in inglese self-employed) e svolgono attività temporanee / interinali / part time / saltuarie / provvisorie. Nella gig economy, quindi, la domanda di prestazioni è fatta su delle piattaforme tecnologiche online e le persone iscritte su queste piazze virtuali possono offrirsi per svolgerle. Queste persone però non sono necessariamente dei professionisti, chiunque può candidarsi per compilare un file excel, dipingere una stanza, portare a spasso il cane. Si diffonde così un nuovo modello di lavoro, grazie all’intermediazione di queste piattaforme che da un lato possono contare su grandi numeri di persone disposte a lavorare anche per poco, dall’altro su clienti disposti anche a pagare il prezzo per l’intermediazione. I pro di questa nuova frontiera dell’economia sono sicuramente le maggiori opportunità di guadagno per i disoccupati e le persone prive di competenze specifiche o tecniche.

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